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Articolo della Rivista PEDAGOGIKA - bimestrale di educazione, marginalità, handicap -. Anno IX-n° 1 Gennaio - Febbraio 2005. Numero sui Riti di Iniziazione. Articolo “Nel Gruppo dei Pari” pag. 25-28
Riti di Iniziazione nel gruppo dei pari
Quella che vi propongo è una riflessione piuttosto personale sulle esperienze di iniziazione nel gruppo dei pari. Una riflessione, dicevo, che vuole approfondire e chiarire quali possano essere le varie occasioni e modalità di scoprire e attraversare, nelle tappe evolutive, fra i riti di iniziazione, quelli non sempre riconosciuti come tali. Dai più semplici e pedagogicamente corretti, a quelli a “rischio” di devianza. Il vocabolario della lingua italiana Treccani definisce i riti di iniziazione come “Atto o serie di atti e cerimonie con cui si ammette, o si è ammessi, alla partecipazione a culti misterici, alla conoscenza di dottrine occulte, a far parte di una società, di una comunità, di un gruppo da cui sono esclusi i non iniziati”, in sintesi, le iniziazioni possono essere raggruppate nel complesso di pratiche e riti attraverso i quali un individuo o un gruppo di individui passa da una condizione ad un’altra (per es., dallo stato puberale allo stato adulto), o assume particolari poteri e privilegi. Per estensione, si definisce iniziazione “ammaestramento, avviamento a una disciplina, a un’arte, a una tecnica, a uno studio specializzato, all’esercizio di un’attività particolare, a una pratica: i. alla vita politica, i. alle attività assistenziali, i. sacerdotale, i. ascetica, i. amorosa, o anche semplicemente, la prima esperienza sessuale”. Tante e molto varie possono essere, dunque, le pratiche di iniziazione che sottolineano il passaggio di una persona da un ruolo, da una fase della vita o posizione sociale a un altro. Il termine, utilizzato per la prima volta dall’antropologo Arnold van Gennep (1873 - 1957), definiva le regole e i controlli che la società produce per mantenere il suo equilibrio, per far sì che la coesione e la continuità non vengano disperse nell'attraversamento dei vari "scomparti", da parte degli individui, come categoria di cerimonie, riti di passaggio. Il cambiamento di stato, il passaggio è inteso da van Gennep quasi in maniera fisica, corporea e i riti che lo contraddistinguono vengono divisi in tre tipi-funzione:
La fase di “margine” è ovviamente la più delicata e la più importante, data la sua posizione intermedia, comunicativa, attutente tra gli estremi del passaggio.
Il primo testo di Arnold van Gennep venne pubblicato nel 1909; l'approdo alla teoria dei riti di passaggio venne percepita dall'autore come "una illuminazione”. Alla base del suo ragionamento vi è il concetto di classificazione come necessità di ogni società umana. Qualsiasi gruppo umano tende ad organizzarsi non solo nello spazio con linee esterne che lo dividono dal resto, ma anche all'interno, in una più o meno complessa struttura di spazi, competenze e caratteristiche; la classificazione formalizza i legami tra individui, tra gli individui e la realtà esterna, tra il singolo e la società, tutto questo per garantire la coesione interna e la continuità, su cui si basa la sopravvivenza di una società. Tale struttura si fonda, dunque, su un sistema che deve mantenere un equilibrio preciso, in perenne movimento tra divisioni, legami, comunicazioni, separazioni, distacchi e solidarietà, di cui sono protagonisti i suoi membri. Nascita, morte, matrimonio, pubertà: questi ed altri eventi, nelle società "prescientifiche", rientrano nel dominio del sacro e dunque esigono un trattamento ritualizzato. Nascita: concepimento, gestazione e nascita comportano spesso modifiche culturali nella dieta o nelle abitudini di uno o ambedue i genitori, alcune delle quali vengono mantenute dopo il parto. Un periodo di isolamento della madre e del bambino può culminare nella presentazione pubblica del neonato. Il battesimo, praticato da ebrei e cristiani, è un esempio di rito di passaggio. Una cerimonia iniziatica è anche la circoncisione del bambino, praticata dagli ebrei.Morte: con la malattia e la vecchiaia, l’individuo è generalmente allontanato da ogni forma di vita attiva e spesso da ogni contatto sociale. La morte è accompagnata da riti che aiutano i sopravvissuti ad accettare la nuova condizione. I funerali consentono alla comunità del defunto di esprimere pubblicamente il dolore e sono un’occasione per riaffermare i valori collettivi.Matrimonio: i riti del matrimonio sanciscono civilmente o religiosamente l’unione di un uomo e di una donna e l’appartenenza alla famiglia di ogni nato dal matrimonio. I riti possono includere feste e scambi di doni fra le famiglie; l’isolamento per la luna di miele, la riammissione degli sposi nella società. Oltre al significato religioso ed economico, i riti matrimoniali tendono a sottolineare il significato contrattuale dell’unione.Pubertà: in molte società, i riti di pubertà, che segnano il momento in cui i bambini accedono alla condizione di adulti, sono complessi e prolungati nel tempo, soprattutto se l’iniziazione è collettiva. Per le femmine può avere luogo al momento delle prime mestruazioni (menarca); per i maschi può variare. In alcune società gli iniziati, sottratti alla loro famiglia e isolati per un certo periodo, sono sottoposti a prove fisiche durissime. Come per l’apertura, anche per la conclusione del periodo di fertilità femminile, la menopausa, è contrassegnata da riti di iniziazione.Gli esempi che volutamente ho schematizzato per dovere di chiarezza hanno come denominatore comune una costante che è emersa in tutte le ricerche sui riti di iniziazione in Italia e in Europa: l'iniziazione dei giovani rappresenta sempre l'opportunità di un risanamento e di un rinnovamento della forza vitale della comunità e della società. Essa è l'occasione per sostenerne il senso e insegnare autentici valori. La scomparsa dei riti di passaggio ha invece creato una frattura tra generazioni. Mentre la spaccatura cresce la paura di superarla aumenta. Nel frattempo un maggior numero di giovani si perde in comportamenti violenti o cade nell'incertezza, nella droga e nell'apatia. Rifiuto, oblio e negligenza stanno nel cuore degli adulti che ignorano la confusione e le difficoltà della gioventù. Sorge il dubbio che la chiave per comprendere molte delle problematiche adolescenziali odierne stia nella mancanza di riti di iniziazione, riconosciuti dalla società come bagaglio culturale appartenente ad una tradizione e che, l’eccessivo diffondersi di atti estremi, rappresenti l’iniziatico bisogno evolutivo, affrontato con il gruppo dei pari, a cui nessuno ha mai educato le nuove generazioni. Atti quali l’uccisione della madre, del padre, dei consanguinei, degli amici, la ricerca del soprannaturale, il desiderio di prevaricare, di sopraffare, di imporre regole fuori dalle regole, diventano significativi di una ricerca di identità, di una razionalità imperfetta che si autoinganna e che rimane vittima delle stesse contraddizioni che l’hanno generata. E’ in quest’ottica che va inquadrato il fenomeno del bullismo.
Nell’attuale società sempre più basata sull’”hic et nunc”, con una scarsa capacità di progettare il futuro e saperlo trasmettere alle nuove generazioni, ciò che per van Gennep erano le fasi di iniziazione, sono oggi gli atti lesivi, privi, da parte degli attori, di riconoscimento di ruoli, contesti, organizzazioni. Individuo e società sono troppo spesso frammentati e, di conseguenza, scarse sono le possibilità di legare esperienza a memoria, consapevolezza ad introspezione. I principali criteri che la comunità scientifica utilizza per demarcare il "bullismo" da ciò che non lo è, sono, infatti, l’esistenza di uno squilibrio nel rapporto di forza tra le persone, l’intenzione di arrecare danno al più debole, il perdurare nel tempo dello squilibrio. Fenomeno non nuovo ma a lungo sottovalutato o ignorato e, comunque, non catalogato come rito di passaggio, il "bullismo", si è soprattutto diffuso in ambito scolastico e affini negli ultimi anni. Dalle ricerche effettuate, in Italia e all’estero, emerge che il nostro Paese detiene il primato dei casi ma, la mia lunga esperienza “sul campo”, mi ha reso consapevole che, troppo spesso, si continua a guardare al bullismo come atto fine a se stesso senza leggerne la valenza di ricerca, da parte degli adolescenti, di un proprio equilibrio e di identità nell’ambiente circostante. Anche per questo è necessario illustrare le dinamiche psicologiche sottese alla prepotenza arrecata e subita. La stessa riflessione sul tema del "bullismo", effettuata da Dario Bacchini (psicologo, ricercatore), può essere condotta, oggi, in Italia, seguendo un percorso che soltanto pochi anni fa sarebbe stato difficile, se non impossibile, immaginare. Il termine "bullismo", oggi largamente impiegato per etichettare vari comportamenti di sopraffazione, soprattutto in ambito scolastico, e che ricorre frequentemente sui mass media e nel linguaggio degli operatori scolastici, risale, infatti, a non molti anni fa. Sul dizionario Zingarelli del 1993, al termine "bullo" corrispondeva la definizione di: «prepotente, bellimbusto, che si mette in mostra con spavalderia», mentre sul Devoto e Oli dello stesso anno, il bullo era un «teppista, sfrontato», ma anche «in senso non cattivo, bellimbusto, che si rende ridicolo per la vistosità e l’eccentricità dell’abbigliamento». Bisogna attendere il 1996 perché il termine "bullismo" compaia su alcuni dizionari nella sezione "neologismi". Il significato che noi oggi diamo al termine "bullismo" deriva da quello anglosassone. Sull’Oxford Dictionary del 1990, bully denota una «persona che usa la propria forza o potere per intimorire o danneggiare una persona più debole». Dalla comune radice derivano sia il verbo to bully che il sostantivo bullying. Il significato inglese del termine non denota quindi un semplice atteggiamento, come accadeva nella lingua italiana, quanto una specifica modalità di relazione tra due persone, tra «un più forte, che si avvale della propria superiorità per danneggiare un soggetto più debole». Un esempio tipico è quello del "nonnismo" nelle caserme o dei riti di iniziazione delle matricole all’università o nei collegi, ricorrenti nelle rappresentazioni letterarie o cinematografiche e diventate parte dell’immaginario collettivo meno inquietante. Quando poi apparvero, negli anni ’70, i primi studi pionieristici di Dan Olweus, psicologo norvegese, sul fenomeno delle prepotenze in ambito scolastico, l’impatto che questi suscitarono sulla pubblica opinione del suo Paese fu enorme. Grazie all’iniziativa della professoressa Ada Fonzi dell’Università di Firenze e della sua équipe, anche in Italia il fenomeno ha cominciato a essere studiato in modo sistematico e l’interesse che tali ricerche hanno suscitato nel mondo della scuola, nonché nella pubblica opinione, è stato molto elevato. Come se finalmente fosse stato dato un nome per descrivere un disagio che i docenti, i famigliari e soprattutto i ragazzi percepivano da tempo in modo pervasivo e disturbante all’interno della scuola. Veniva, però, ulteriormente a modificarsi la rappresentazione del mondo infantile, non più luogo dell’innocenza o teatro di piccole baruffe quotidiane, ma palestra per interazioni violente fra pari, premonitrici di futuri e più gravi comportamenti antisociali. La nostra rappresentazione dell’infanzia si è profondamente modificata negli ultimi anni. Da un lato percepiamo i nostri figli sempre più arrabbiati, annoiati, precocemente autonomi, spesso aggressivi; dall’altro li percepiamo emozionalmente fragili, bisognosi di protezione, troppo a lungo dipendenti. Prepotenti o vittime, insomma. Viviamo tuttavia in un mondo sempre più complesso e contraddittorio e se da un lato i mass media e alcune famiglie veicolano modelli competitivi-aggressivi e insegnano a "schiacciare" l’avversario, dall’altro, nel mondo della scuola, vi è una crescente sensibilità verso questi problemi. Olweus riconduce il problema delle prepotenze in ambito scolastico a una questione di democrazia: ogni ragazzo ha il diritto di vivere bene la scuola, di sentirsi al sicuro tra le pareti scolastiche; la scuola, invece, diventa per alcuni un luogo in cui vengono sperimentati vissuti di paura accompagnati da una incombente sensazione di pericolo e incertezza, mentre per altri è una palestra in cui dare libera espressione a condotte aggressive che rinforzano uno stile personale autoritario e violento. Di nuovo, desiderio di prevaricare, di sopraffare, di imporre regole fuori dalle regole, di ricerca di identità, di autoinganni, di vittime e carnefici: ritornano le analogie tra i riti di iniziazione nell’adolescenza e le pratiche di bullismo. Le fasi previste da van Gennep nei riti di iniziazione si affiancano facilmente a quelle che caratterizzano il bullismo e, a questo punto, possono essere re-interpretate come segue:.
…. Come in un gioco perverso siamo ritornati all’assunto iniziale, al nostro punto di partenza.
BIBLIOGRAFIA
Prof. Salvatore Licata Professore a contratto di Sociologia Giuridica della Devianza e del Mutamento Sociale presso l’Università Milano-Bicocca nel Corso di Laurea in Scienze della Educazione della Facoltà di Scienze della Formazione
Bullismo a Scuola: che fare? Una guida pratica per genitori, studenti e insegnanti
Presentazione Gravi episodi di violenza ma anche umiliazioni e soprusi. Aggressioni fisiche e verbali tra giovani nelle scuole, nelle piazze, nei luoghi di ritrovo. Il cosiddetto fenomeno del bullismo è sempre più diffuso nel nostro Paese, come in altre nazioni, e può creare gravi disagi in chi lo subisce. Non si tratta solo di atteggiamenti provocatori o di derisione ma anche di vere e proprie aggressioni, intenzionali e ripetute nel tempo, che coinvolgono soprattutto i giovani tra i 7 e i 18 anni. Ci sono una serie di comportamenti che se ripetuti frequentemente possono essere identificati con il termine di bullismo soprattutto se chi li subisce non riesce a difendersi. · ricevi insulti o minacce; · ti spingono, ti danno calci e pugni, ti fanno cadere; · ti danno dei soprannomi antipatici e ti prendono in giro; · diffondono voci maligne su di te; · ti offendono per la tua razza, per il tuo sesso o per la tua religione; · fanno sorrisetti e risatine mentre stai passando; · parlano in codice se sei presente; · ricevi sms, e-mail e telefonate offensive; · ti ignorano e ti voltano le spalle se ti avvicini; · ti costringono a fare cose che non vuoi; · ti rubano o nascondono i libri, la merenda, la paghetta o le altre tue cose. Per combattere il fenomeno e sensibilizzare le giovani generazioni molte Questure della Polizia di Stato hanno dato vita ad alcune iniziative tra cui opuscoli, brochure e consigli vari, che riportiamo qui nel dossier.
Come difendersi Prima di tutto bisogna non sottovalutare il problema: · perché non si tratta solo di "ragazzate"; · perché spesso, dietro il bullismo, si celano vere e proprie azioni criminali (furti, estorsioni, vandalismi, rapine, violenze sessuali); · perché il bullismo danneggia non solo chi lo subisce ma anche la famiglia, gli insegnanti e gli altri ragazzi che ne sono testimoni; · perché è molto probabile che i bulli crescano compiendo prepotenze; · perché subire prepotenze può causare danni alla sfera fisica, emotiva, intellettiva e sociale della vittima. Un decalogo da seguire Cose da non fare: · offendere gli altri, soprattutto i più deboli; · nascondere ai genitori che qualcuno ti fa del male; · dire bugie; · trattare male un compagno che ti sta antipatico; · approfittarsi dei compagni più deboli. Cose da fare: · raccontare sempre tutto ai genitori; · raccontare i comportamenti prepotenti, se ne sei vittima, se ne sei testimone o se ne vieni a conoscenza; · difendere, se possibile, i compagni vittime di prepotenze; · trattare tutti i compagni allo stesso modo; · cercare l’aiuto degli insegnanti, del personale non docente, di altri compagni se qualcuno ti minaccia. Per un aiuto immediato rivolgersi a: 113 Polizia di Stato 114 Emergenza Infanzia 112 Carabinieri 19696 Telefono Azzurro (linea gratuita fino ai 14 anni) 199.15.15.15 Telefono Azzurro (linea istituzionale dai 14 anni in su e per gli adulti)
Consigli Per i ragazzi · Difficile per il bullo prendersela con te se racconterai ad un amico ciò che ti sta succedendo. · Quando il bullo vuole provocarti, fai finta di niente e allontanati. Se vuole costringerti a fare ciò che non vuoi, rispondi "NO" con voce decisa. · Se gli altri pensano che hai paura del bullo e stai scappando da lui, non preoccuparti. Ricorda che il bullo non può prendersela con te se non vuoi ascoltarlo. · Il bullo si diverte quando reagisci, se ti arrabbi o piangi. Se ti provoca, cerca di mantenere la calma, non farti vedere spaventato o triste. Senza la tua reazione il bullo si annoierà e ti lascerà stare. · Quando il bullo ti provoca o ti fa del male, non reagire facendo a botte con lui. Se fai a pugni, potresti peggiorare la situazione, farti male o prenderti la colpa di aver cominciato per primo. · Se il bullo vuole le tue cose, non vale la pena bisticciare. Al momento lasciagli pure prendere ciò che vuole però poi raccontalo subito ad un adulto. · Fai capire al bullo che non hai paura di lui e che sei più intelligente e spiritoso. Così lo metterai in imbarazzo e ti lascerà stare. · Molte volte il bullo ti provoca quando sei da solo. Se stai vicino agli adulti e ai compagni che possono aiutarti, sarà difficile per lui avvicinarsi. · Per non incontrare il bullo puoi cambiare la strada che fai per andare a scuola; durante la ricreazione stai vicino agli altri compagni o agli adulti; utilizza i bagni quando ci sono altre persone. · Ogni volta che il bullo ti fa del male scrivilo sul tuo diario. Il diario ti aiuterà a ricordare meglio come sono andate le cose. · Subire il bullismo fa stare male. Parlane con un adulto di cui ti fidi, con i tuoi genitori, con gli insegnanti, con il tuo medico. Non puoi sempre affrontare le cose da solo! · Se sai che qualcuno subisce prepotenze, dillo subito ad un adulto. Questo non è fare la spia ma aiutare gli altri. Potresti essere tu al suo posto e saresti felice se qualcuno ti aiutasse! · Se incontri il poliziotto di quartiere, puoi chiedere aiuto anche a lui.
Per i genitori I giovani vittime di questi comportamenti difficilmente parlano con gli adulti di quello che gli succede. Non si sfogano, si vergognano e hanno paura. Ma i bambini devono imparare che il bullismo è un comportamento sbagliato e che non fa parte del naturale processo di crescita. Perché non rimangano vittime di questo fenomeno bisogna: · Aumentare la loro autostima. · Incoraggiarli a sviluppare le loro caratteristiche positive e le loro abilità. · Stimolarli a stabilire relazioni con i coetanei e a non isolarsi. E' inoltre importante sapere che per non diventare bullo bisogna insegnare ai ragazzi a: · Saper esprimere la propria rabbia in modo costruttivo e con maturità. · Comunicare in modo sincero. · Essere capace di identificarsi con gli altri e capire le conseguenze dei propri comportamenti. · Prendere esempio da ciò che si vede a casa. I genitori devono inoltre imparare a cogliere i segnali che i figli possono mandare o nascondere. Alcuni segnali di chi è vittima di bullismo: · Trovare scuse per non andare a scuola o voler essere accompagnati. · Fare frequenti richieste di denaro. · Essere molto tesi, piagnucolosi e tristi dopo la scuola. · Presentare lividi, tagli, graffi o strappi negli indumenti. · Dormire male o bagnare il letto. · Raccontare di non avere nessun amico. · Rifiutarsi di raccontare ciò che avviene a scuola.
Per gli insegnanti · Può essere utile far compilare agli alunni un questionario e organizzare una giornata di dibattito e incontri fra genitori, fra insegnanti e fra genitori e insegnanti. Ciò è importante per capire le dimensioni del fenomeno. · Una migliore attività di controllo durante la ricreazione e la mensa metterebbe al sicuro le potenziali vittime. Sono questi i momenti in cui la maggior parte dei bulli agisce indisturbata. · In genere sono gli studenti più grandi a fare i bulli con quelli più piccoli. Si può valutare di dividere gli spazi e i tempi della ricreazione per gli uni e per gli altri. · Elogi, ricompense e sanzioni possono servire a modificare il comportamento degli studenti più aggressivi, ma non sono l’unico strumento per far cambiare atteggiamento al bullo. · Spesso si ha timore o vergogna di raccontare personalmente ciò che sta succedendo. Potrebbe essere di aiuto, per genitori e vittime, avere un numero di telefono al quale rivolgersi. · Si possono istituire “cassette delle prepotenze” dove lasciare dei biglietti con su scritto quello che succede; individuare degli studenti leader che aiutino le vittime; aprire uno sportello psico-pedagogico che sia di riferimento per bambini e adulti. · In classe, tutti insieme, si possono individuare poche e semplici regole di comportamento contro il bullismo. Le regole devono essere esposte in modo ben visibile e tutti devono impegnarsi a rispettarle. · Il silenzio e la segretezza sono potenti alleati dei bulli. È importante abituare i ragazzi a raccontare ciò che accade e a non nascondere la verità. · Se l’insegnante individua un bullo o una vittima, per aiutarlo è necessario parlare subito con lui di ciò che gli accade.
Fonte: Polizia di Stato |
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